Laurearsi non è stato facile, lo sappiamo, e il corso master vi è costato fatica e ricerche e qualche notte insonne. Eppure… manca sempre qualcosa, e come dice Richard Schmalensee, il rettore della MIT Sloan, la Business School del MIT di Boston, “non si formano manager di successo solo con la teoria dei giochi o l’econometria”.
Il bagaglio di conoscenze e di esperienze che si è costruito non sempre infatti si è trasformato in un insieme di skills capace di convincere l’azienda dei vostri sogni che non può fare a meno di voi. Che cosa manca, quindi?

Ci sono skill complementari agli studi universitari che rappresentano una condizione necessaria, anche se purtroppo non sufficiente, per trovare un lavoro che piaccia: e sto parlando della conoscenza della lingua inglese e del computer.
Ovvio? Mica tanto. Il livello di conoscenza del computer a cui mi sto riferendo è: padronanza di word, power point, excel. Cioè capacità di costruire e alimentare una tabella in excel per tenere sotto controllo alcuni fenomeni interrelati, tipo entrate/uscite in contabilità. Di mettere insieme una presentazione accettabile, con quel tanto di grafica e di animazione che richieda da parte dei vostri responsabili solo una messa a punto dei concetti, e non del metodo. Di scrivere un rapporto con il taglio giusto, cioè convincente o sintetico o argomentativo o altro ancora, in funzione del destinatario.

E infine capacità di orientarsi su internet, scovando le informazioni di cui si ha bisogno, magari su siti di cui finora nessuno aveva sentito parlare. Con queste abilità si è autonomi rispetto al conseguimento di semplici obiettivi di elaborazione e comunicazione ovvero si è in grado di dare in contributo in un ufficio, un gruppo di lavoro.

Parliamo ora dell’inglese. Non ha molto senso definire la propria conoscenza “scolastica” oppure “di buon livello”. Come per tutti gli idiomi stranieri, la loro conoscenza va espressa in termini di cose che si è in grado di fare in quella lingua. Comprendete un testo tecnico? Capite perfettamente una pagina di quotidiano? Oppure afferrate solo il senso generale di un testo? Siete in grado di argomentare il vostro punto di vista? Sareste capaci di portare a casa un buon risultato, se inviati in missione in UK dalla vostra azienda? Oppure il vostro livello è conversare e poco più?

È chiaro, ahimè, che è interessante solo chi è in grado di offrire ai futuri capi e colleghi il conseguimento di qualche risultato pratico parlando inglese. Mentre conoscenze di livello inferiore non hanno valore parziale, hanno valore zero… Complementarmente, la conoscenza a livello altissimo, per intenderci quella per cui i british ti scambiano per uno dei loro, viene valorizzata da un’organizzazione solo se vi proponete come interpreti. Fra manager e professional invece, non vale di più della capacità di condurre un buon negoziato, anche se con un marcato accento italiano e qualche incertezza nella collocazione degli avverbi.

Se queste sono le skill che costituiscono la base qualificante, vediamo ora che cosa d’altro può fare la differenza, rimanendo ragionevolmente a portata di mano della specializzazione di un giovane.
Innanzitutto la capacità comprovata di collaborare con le persone: che in alcuni è un dono di natura, ma gli altri possono costruire. Chi studia può esercitarsi facendo l’animatore in situazioni tipo villaggi vacanze, un ruolo che durante il periodo estivo è particolarmente richiesto. E dove si impara a stare con gli altri, sintonizzarsi con i membri dell’equipe, sopportare ritmi di lavoro massacranti, mostrare comunque il lato migliore del proprio carattere. Chi lavora può puntare ad imparare il massimo da ogni occasione di contatto con il pubblico, di grandi o piccole dimensioni. Il meglio, naturalmente, è affinare quella capacità di convincere gli altri, prenderli per il loro verso, saper usare l’argomento giusto, gestire il ritmo della trattativa, che caratterizza il bravo venditore.

Sapersi rendere utili è una dote che sa di “piccole donne” o altri libri di taglio ottocentesco, abitati da bimbi orfani e vedove indigenti. Eppure conta sempre molto. Non significa accaparrare un ambito di responsabilità o competenza e farlo pesare a chi ha bisogno di voi, ma esattamente il contrario: mettere a disposizione degli altri un pezzetto di know-how, un’intuizione, due ore di tempo extra. Quello che faceva il compagno di classe ideale, ve lo ricordate? e tutti siamo in grado di distinguere fra questo modo di fare e quello del secchione che si lavora i professori e non passa il compito durante le prove scritte. (Non sempre i capi colgono velocemente la differenza, questo è vero, esattamente come i professori. Ma con il tempo ci arrivano anche loro)

Infine, vale la pena di coltivare un’altra lingua straniera, da scegliere fra quelle meno ovvie: tedesco, russo, cinese, giapponese, arabo. Valgono di nuovo le considerazioni fatte per l’inglese: il livello turistico o la pura comprensione della letteratura tecnica non bastano, occorre che vi rendiate autonomi. L’ideale è un soggiorno sul posto, meglio ancora se abbinato a un lavoro. Quest’ultimo può anche non essere qualificante: l’importante è aver preso dimestichezza con altri modi di fare le cose di tutti i giorni, e dimostrare di sapersela cavare.