Gli hedge fund sono una particolare categoria di investimenti che mira a minimizzare il rischio, proponendo – nella formula più classica – di investire al rialzo su titoli sottovalutati e al ribasso su titoli sopravvalutati
Concettualmente, ma anche concretamente, questo tipo di speculazione offre buoni risultati, perché approccia il mercato con un taglio un po’ cinico e realistico, lasciando da parte le inutili speranze e scandagliando l’effettivo stato di salute delle varie aziende.

Dal tempo della geniale intuizione di Wislow Jones, gli hedge si sono molto differenziati e suddivisi in diverse famiglie (Distressed Securities, Convertible Arbitrage, Equity Hedge, Event Driven, Equity Market Neutral, Merger Arbitrage…), tutte specializzate nel ridurre i rischi dei mercati o nel prendere velocissimamente profitto da particolari e transitorie situazioni di mercato (fusioni, ristrutturazioni, take-over, crisi finanziarie…).

L’attuale quadro normativo, pur in evoluzione, prevede l’accesso agli Hedge Fund solo con l’impegno di ingenti risorse finanziarie, il che, di fatto, ne inibisce l’utilizzo a gran parte dei risparmiatori.

Volendo giocherellare con i concetti e trasformarli poi in promettenti strumenti di investimento, possiamo tuttavia impostare la costruzione di un nostro hedge personale, proprio partendo dalle origini e dai concetti di sopravvalutazione e sottovalutazione di un titolo.

Il postulato-base è infatti questo: sempre all’interno dello stesso settore, acquistare long su un’azienda sottovalutata e short su una sopravvalutata.

Primo problema da aggirare: come acquistare short in Italia? Con i covered warrant put, che coprono un ampio raggio di società, anche oltre quelle quotate a Piazza Affari.

E come capire se una società è sopravvalutata o sottovalutata? Il quesito è meno facile del precedente. Una buona e semplice risposta potrebbe essere: “Analizzando il rapporto price-earnings, vale a dire il quoziente fra la quotazione del titolo e l’utile netto”.

Immaginiamo un’azienda dal prezzo 1.000 e dall’utile 100: il rapporto p/e sarà 10, molto buono, perché in dieci anni i profitti consentono l’acquisto della società stessa. Se invece al prezzo 1.000 corrisponde un utile 10, il rapporto p/e sarà pari a 100, molto meno soddisfacente, con la società in fortissimo odore di sopravvalutazione.